venerdì, gennaio 23, 2009

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

ALLE  DONNE  LAVOTRARICI ITALIANE

 

A TUTTE LE ASSOCIAZIONI SINDACALI

 

 

Sono una donna di 54 anni con un impiego ministeriale. Lavoro da 28 anni e aspetto con ansia il momento di andare in pensione, un momento che rischia di diventare chimera.

Svanito il sogno di andare a 55 anni e ormai proiettata verso il limite dei 60 anni temo l' innalzamento di tale limite.

L'aumento dell'età pensionabile contribuirebbe, secondo il nostro sistema politico a risanare un paese che sano non è grazie: ai privilegi di alcuni; agli stipendi altissimi di particolari ceti sociali; alle truffe ed imbrogli che si ripetono incessantemente sottraendo ingenti ricchezze a coloro che se ne gioverebbero per avere una esistenza più dignitosa, senza l'incubo di una bolletta o di un ticket  sanitario da pagare, di un pasto da racimolare.

Se non ci fossero indebiti arricchimenti, se si procedesse ad un ridimensionamento delle  inopportune spese del nostro sistema politico (attraverso una riduzione immediata del numero dei parlamentari e dei loro emolumenti, attraverso l'annullamento dei troppi privilegi  indotti dal loro status sociale), se esistesse una migliore perequazione delle risorse economiche, non sarebbe necessario intervenire sul sistema pensionistico, sul settore della cultura e ricerca o sul sistema sanitario (oggi fare un esame specialistico in una struttura pubblica costa come effettuarlo in una struttura privata, rendendo vana la osannata prevenzione dei mali. Una buona fascia di popolazione italiana non gode di esenzione delle spese sanitarie ma ha difficoltà a sostenerle).

Ogni cosa detta è retorica, ma la rabbia e l'impotenza che ci pervade di fronte ai molti soprusi della nostra classe politica, di qualsiasi colore sia,  impone ancora una riflessione e discussione su questi temi.

Su tutto prevale il senso di impotenza. Gli uomini politici che, di ogni partito  ormai, ci ossessionano con l'idea del paese in crisi, non vivono sulla loro pelle la ristrettezza economica non hanno quindi la vera e passionale comprensione del problema (aumentano persino  le loro indennità).

In nome dell'abusato bene del Paese sono oramai i risolutori freddi e impassibili, poiché non colpiti da contingenze economiche negative, della sorte dei  poveri.

Durkeim, eminente sociologo, sosteneva che la classe politica avrebbe dominato e imperato con le proprie leggi su ogni altra classe sociale impotente a contrastarla.

La nostra classe  politica è ancora formata prevalentemente da uomini, quando una maggiore presenza delle donne, allenate a far quadrare i conti nel privato, produrrebbe effetti positivi anche nella res publica (il solo ruolo della donna come angelo del focolare ed amministratrice della casa persiste indenne dopo anni di lotta emancipatrice per avere un ruolo anche all'esterno).

Una classe politica preminentemente al maschile soggioga in maggiore misura il mondo femminile che non è stato compreso nei suoi bisogni.

Ogni donna viene ancora discriminata nel sociale e non è facile che possa assurgere a posti rilevanti. Perché questo avvenga deve subire una virilizzazione (secondo molti uomini la professionalità, austerità, efficienza sono prerogative maschili), deve far scadere in secondo piano i bisogni della sua famiglia o, ancora meglio, non deve averne una per potersi esprimere" felicemente e professionalmente appagata " in campo lavorativo come i nostri uomini che una famiglia possono averla poiché l'angelo del focolare, amorevolmente e mai compreso, li solleva dalla cura della casa e dei figli.

Lavorare   fuori e dentro casa per una donna è molto faticoso. Vive inquietudini forti poiché due forze contrastanti sono presenti: l'una la spinge ad affermarsi come soggetto intelligente, capace, razionale, affidabile sul lavoro (quasi sempre si trova a dimostrare ad un uomo che la sovrintende la sua precisione e puntualità); l'altra la  spinge a rimanere a casa dove c'è un figlio piccolo da  accudire, un pranzo da preparare, un vecchio da assistere.

Una donna che ha alto senso del dovere  e professionalità trascura questi obblighi naturali (che questi competano alla donna è pensiero degli stessi uomini), assicura la sua presenza in ufficio e in fabbrica senza alcuna pericolosa distrazione. Quando ricorre al congedo per malattia poiché è necessario sostenere questi" onorevoli obblighi" viene considerata assenteista (il congedo ordinario, i pochi permessi retribuiti a disposizione non sono sufficienti a coprire i bisogni di una famiglia; altre forme di congedo parentale previste dalla legge comportano forti detrazioni dallo stipendio).

L'uomo più sciocco e retrivo si chiede perché la donna  non sia rimasta in casa obbedendo al  suo ruolo di madre e moglie.

Quando l'uomo ha fatto sentire la propria compagna inutile, dipendente economicamente, servile nei suoi confronti, poiché unico procacciatore di cibo e sostento della famiglia, quando ha cercato piaceri altrove poiché una  moglie sciatta, nevrotica e stanca lo innervosiva, la donna è uscita all'aperto. L'indipendenza economica l'ha resa più forte, l'ha emancipata e tuttavia il senso  di colpa costante di non essere adeguata a svolgere  compiutamente i suoi numerosi ruoli l'ha indebolita e resa fragile. Ha cercato un uomo che la sorreggesse, che collaborasse, ma non sempre lo ha trovato. E così, con affanno ed incertezze corre nel suo ufficio e nella sua casa.

La donna lavoratrice della mia età può trovarsi in due condizioni.

Può avere un impiego soddisfacente e ben remunerato (cosa molto rara) e una situazione familiare ormai semplificata con figli grandi e autonomi; libera dalle inquietudini delle tante e varie cose da fare si impegna nel lavoro in modo pratico e fattivo.

Può invece avere un impiego che, per vari motivi, non la soddisfa; il lavoro comincia a diventare alienante.

Alle lavoratrici delle fabbriche non viene risparmiata né l'alienazione né la fatica.

Gli uomini che ci governano non hanno mai legiferato effettivamente a nostro favore (la legge sul part-time ha accomunato donne che ne hanno fruito per poter gestire al meglio la famiglia senza altra remunerazione, a uomini che ne hanno fruito per un doppio lavoro con altra remunerazione. In egual misura a donne e uomini è stato decurtato lo stipendio ed un periodo proporzionale di congedi ordinari, proprio quei congedi ordinari che, essendo pochi per una donna, l'hanno spinta a chiedere il part-time).

Si sostiene che la parità di diritti tra uomo e donna imporrebbe una eguale età pensionabile tra uomo e donna a 65 anni.

Si trascura, si ignora, è inesistente il diritto della donna a vedere riconosciuta "la doppia usura".

Ancora necessarie a svolgere in famiglia quel ruolo che, solo e sostanzialmente molti uomini ci riconoscono, lasciateci quindi andare a casa poiché c'è ancora molto da fare e non saremo mai in pensione.

Se il nostro sistema politico è incline alla vera democrazia renda volontaria la scelta di rimanere al lavoro o meno. Chi rimane per scelta darà ancora passione ed impegno fruttuoso; chi rimane per obbligo, stanco e demotivato, darà male o nulla e l'assenteismo sarà il pericolo.

Noi donne finalmente a casa emancipate e non più servili, lavoreremo ancora con i nostri figli senza quella nevroticità e ansia che da noi sono diventate loro patrimonio. La nostra presenza li curerà dai disagi di questo mondo moderno, insegneremo equilibrio e moralità e, ancora per molto, staremo lì a sentirli senza fretta.

La lettera è indirizzata ad ogni donna. Lo scopo è quello di mobilitare tutte le donne prima che si legiferi un innalzamento dell'età pensionabile.

 

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